Abstract
Al fine di valutare il percorso di sviluppo di una determinata area geografica, un numero crescente di studiosi ha suggerito un approccio multidimensionale, che implichi l’utilizzo di una pluralità di indicatori: a fianco a quelli tradizionali come il PIL e l’occupazione è, infatti, necessario includere anche indicatori extra-economici che tuttavia hanno un impatto decisivo sul livello di sviluppo di una regione, come la qualità istituzionale, il livello di corruzione e il grado di fiducia nelle istituzioni democratiche.
È questa la prospettiva delle “trappole dello sviluppo” regionale (Diemer et al., 2022), ossia una condizione economica che, prendendo in considerazione una pluralità di indicatori economici ed extra-economici identifica le regioni degli Stati membri dell’Unione europea che si trovano in una situazione di stagnazione economica o di crescita relativamente bassa rispetto al passato o rispetto alla media comunitaria di tutte le regioni.
La scelta della trappola dello sviluppo regionale come lente attraverso la quale analizzare lo sviluppo di una regione risulta utile per spiegare lo stato attuale di regioni con diversi percorsi alle spalle, sia quelle che oggi riversano in una situazione di stagnazione economica, sia quelle a reddito medio-alto e considerate più avanzate ma con una crescita a rilento rispetto al passato.
In particolare, ciò che verrà preso in considerazione nell’analisi delle economie regionali italiane è il sistema dei distretti industriali: questi rappresentano il tratto distintivo del sistema produttivo del Paese, fondato su un modello costituito da piccole e medie imprese, che in passato ha garantito competitività, crescita industriale ed economica e alta produttività e che oggi ha subito un ridimensionamento per via dei cambiamenti avvenuti nel sistema economico, nella tecnologia, nelle conoscenze unitamente all’avvio di una nuova fase geopolitica e sociale, la globalizzazione.
Ciò che collega le trappole dello sviluppo ai distretti industriali sono gli elementi che vengono utilizzati nella valutazione di entrambi, cioè gli indicatori utili all’individuazione delle trappole dello sviluppo regionale così come allo studio delle attività distrettuali: le prime sono infatti caratterizzate, innanzitutto, da bassa produttività, bassa occupazione e scarsa innovazione (indicatori che occupano un ruolo centrale anche nell’analisi dello stato di salute delle imprese, tra cui quelle distrettuali) ma anche da scarsi risultati per indicatori extra-economici come la qualità istituzionale e il livello di fiducia nelle istituzioni e nel sistema democratico, tutti elementi che anche nel caso delle realtà produttive locali hanno un ruolo centrale nel determinare l’esito positivo o meno delle attività presenti, nonché il livello di sviluppo rispetto alle altre regioni d’Europa.
Tutti questi indicatori sono funzionali a spiegare la scomparsa o l’indebolimento di numerosi distretti industriali della Penisola, le trasformazioni e i rimodellamenti che sono avvenuti a causa dei cambiamenti esogeni che hanno costretto le imprese ad evolversi o adattarsi al nuovo contesto; oltretutto, la valutazione del sistema di imprese di un territorio è parte integrante della strategia di sviluppo dello stesso, specialmente se non si tratta di una generica considerazione sulle imprese presenti in una regione, ma se si considera un patrimonio produttivo di così grande rilevanza, come i distretti industriali in Italia, molti dei quali costituiscono il cuore pulsante dell’economia del rispettivo territorio.
Così si spiega la scelta di collegare questi due temi, attraverso i quali si intende spiegare in chiave storica l’evoluzione recente dell’economia italiana nelle sue varie esperienze regionali e di individuare gli elementi di forza, di crescita, di sviluppo positivo, e soprattutto quelli di debolezza, le lacune strutturali, gli elementi di arretratezza e, purtroppo, quelli di declino.
